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Una Storia Che Sembra Non Avere Fine, Come Testimoniato Da Un Jequitibá

Una storia che sembra non avere fine, come testimoniato da un jequitibá: dire


Sii paziente, non interrompermi. Per raccontare la mia storia, ho bisogno di viaggiare nel tempo, di fare un salto immaginario, un salto indietro, di farmi cadere dove tutto ha avuto origine per dire: "C'era una volta..." o "Nei tempi antichi...".
Sì, sarebbe un buon inizio se non fossi un albero. Gli umani, i bicharada e persino gli esseri mitologici iniziano la loro narrativa in questo modo. Preferisco optare per una forma più vegetale, immaginandomi forse un alberello per scatenare le tue stesse sensazioni.

Voglio che tu senta con me l'insicurezza che ho provato, quando un vento mi ha soffiato nel mezzo di una tempesta tuonante. Immagina cosa vuol dire volare senza ali, intrappolato in una nuvola folle e selvaggia che, accecata, mi libera nel bel mezzo del nulla. Niente da vedere e, dopo la tempesta, nessun rumore, solo quiete e solitudine.
Ero solo qui nel mio piccolo mondo, che non era altro che un grumo insignificante, quando un impulso irrefrenabile lo faceva strappare la pelle protettiva così da poter liberare la mia prima intenzione a forma di budello. Finalmente era qualcuno, un individuo con pretenziose esigenze, con desideri miracolosi e con molte foglie per partorire.

Intorno a me non c'erano modelli che mi ispirassero, i vicini che mi consigliavano, o se vuoi che qualcuno faccia da guida. Stavo prendendo i miei impegni e, per incontrarli, ho scoperto un modo di agire. Il mio istinto mi ha insegnato a produrre un legno leggero che reggesse un tronco enorme e potente. È stato tutto così tanti anni fa! Quanti? Non lo so! Forse centinaia e centinaia, non so se valga la pena di dirglielo.

Ricordo che, all'inizio, alcune erbe crescevano intorno a me, cercando ostinatamente di colonizzare questo campo solitario, quella terra incolta senzatetto dove il sole bruciava i miei teneri germogli. Era un cespuglio come te, e gli uomini chiamano queste erbe, forse un cespuglio sgradevole, ma quello valorosamente copriva alcune piccole piantine che, come me, cercavano di emergere dalla solitudine e di relazionarsi. Formammo un boschetto, un grappolo di rami che aveva cominciato a disegnare luci e ombre su un'erba incipiente che si vestiva testardamente di verde.

Passarono alcuni decenni, seme dopo germe germinato, molti altri. Oggi contemplo la vasta foresta e comprendo l'unione di tanti alberi, che rispettando le differenze creiamo una comunità, un bioma, come dicono di solito gli scienziati. Per noi questo incrocio significava qualcosa di difficile da esprimere a parole, ma come il nostro linguaggio è diverso da quello di voi umani, come si chiama questa associazione di idee, quella somma di sforzi, solo di... Unione.

Di Raul Cânovas

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